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La Cappella di Sant’Antonio


Vi si accede da una porta laterale che si apre tra l’altare del Sacro Cuore e la navata di destra, sfuggendo così a prima vista alla maggior parte dei visitatori. L’insegna luminosa sopra la porta, non fa certo pensare a quello che la cappella è in realtà: destinata a «penitenzeria», riserva uno spazio per una preparazione raccolta al Sacramento della Riconciliazione.

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Vi sono quattro confessionali, ben sistemati per l’incontro con il Sacerdote. I dipinti che la decorano, sono stati contestati fin dall’inizio. A distanza di anni, in clima culturale più aperto, se ne misura invece il valore artistico. Ne lasciamo la descrizione ad un critico d’arte: Mario Monteverdi.

«La cappella dedicata a Sant’Antonio da Padova è stata interamente affrescata sotto la direzione di Pompeo Borra, titolare dipittura all’Accademia di Brera, che si è valso — nella realizzazione dell’importante e significativa impresa artistica — della collaborazione di una giovanissima, più che promettente pittrice, Lisa Sotili, che già i lettori di questa rivista ben conoscono. Collaborazione è forse un termine insufficiente, in quanto la Sotili, oltre a portare a compimento alcuni tra gli affreschi ideali e iniziati dal suo Maestro, ha eseguito per intero due vasti riquadri, “La morte di Sant’Antonio da Padova” e “Sant’Antonio da Padova col Bambino Gesù ed Angeli”.
In queste opere le qualità della giovane, già così sperimentata artista, appaiono chiarissime: fedele interprete dei concetti stilistici di Pompeo Borra, Lisa Sotili guarda la pittura con la devota umiltà di un nostro trecentista; rifugge dunque da qualsiasi improvvisazione e conferisce al suo mondo poetico una sostanza spirituale che sembra apparentarsi alla mistica trascendenza dell’Oriente.
I volti estatici ci riportano nel clima ascetico della pittura romanica: il duecentesco Margaritone par talora evocato da quegli occhi fissi, enormi, atti a penetrare, col loro sguardo, sin nel segreto delle anime. Ma la preziosità cromatica chiara e luminosa, intensa e smaltata, ricorda i Senesi, dai Lorenzetti al Sassetta, e insieme esalta nella luce forme che si precisano nella loro struttura per la nitidezza del contorno, ma in cui prevale nettamente il colore col suo timbro acceso che tutto riporta al primo piano.

Ed ecco aggiungersi la magia dei più “metafisici” tra i pittori del nostro Quattrocento, Paolo Uccello e Piero della Francesca, onde la fiaba mistica s’arricchisce di valori umani filtrati attraverso l’intelletto e spogli d’ogni fisica compiacenza.

Un‘idea che si traduce in forma, in immagine, soprattutto in festa di colore, con un controllo stilistico severissimo, con una meditazione che nobilita la pratica artigianale ed irrobustisce i moti del sentimento e l’intima ispirazione.
Classica armonia e libertà fantastica, sogno ed astrazione, si danno dunque convegno in questi affreschi che rivelano una pittrice protesa alla conquista di una visione interiore, già pronta a manifestarsi nella realtà dell’arte».